lunedì 19 novembre 2007

Il mio miglior colpo di testa


Christian Panucci segna il gol dell'1-2

Stavolta i protagonisti non sono Carlo Verdone e Silvio Muccino ma Christian Panucci e il Puma v.106 ball da lui scaraventato alle spalle di Gordon sabato sera. Questo però non è il primo colpo di testa di Panucci, ma sicuramente il migliore. In precedenza, infatti, un rifiuto ad entrare in un Roma-Reggina in cui Capello lo aveva tenuto inizialmente in panchina gli costo centodiecimila euro. Una bazzecola, in confronto ad un altro rifiuto di entrare, stavolta ai tempi dell’Inter: Marcello Lippi lo mandò a scaldarsi, poi gli chiese se era pronto ad entrare ed il terzino destro di Savona non lo degnò di risposta. Da allora i rapporti con Lippi peggiorarono sempre più, costandogli il posto in nazionale nell’era da C.T. dell’allenatore viareggino e quindi il mondiale, vinto, del 2006. E proprio dopo il mondiale Panucci era convinto che la nazionale non l’avrebbe mai più neppure sfiorata. A fargli cambiare idea è stato però Donadoni, suo amico e compagno di squadra ai tempi del Milan, che lo ha riconvocato in azzurro tre anni e 3 mesi dopo l’ultima volta in nazionale del terzino destro della Roma, datata 22 giugno 2006, il giorno di Italia-Bulgaria 2-1, ma anche il giorno della partita-farsa Svezia-Danimarca 2-2, che costò agli azzurri l’eliminazione dall’Europeo e a Trapattoni l’esonero. Il Trap andò ad allenare il Benefica, Panucci disse addio alla nazionale visto l’approdo di Lippi sulla panchina azzurra. Il 12 settembre di quest’anno, la svolta: l’Italia gioca una partita decisiva in Ucraina e Donadoni lo richiama in azzurro visto il bisogno di uomini d’esperienza per una partita tanto delicata. Christian risponde presente, e dimostra di valere ancora la nazionale anche nella sfida con la Georgia. Contro la Scozia, dopo aver staccato il pass per Euro 2008, ha esultato soprattutto per aver aiutato un amico, di cui abbiamo già parlato: Roberto Donadoni. I due si sono conosciuti ai tempi del Milan. Milan dove Panucci approdò nel 1993, ad appena 20 anni. In rossonero al primo anno vinse lo Scudetto e la Coppa dei Campioni a cui a breve si aggiunsero un titolo di campione d’Europa under 21 – a cui ne seguirà un altro due anni dopo -, una Supercoppa Italiana ed una Europea. Panucci sembra lanciato verso una carriera di primo piano, e così è, ma non al Milan: un litigio con Sacchi gli fa perdere il posto da titolare, e nel gennaio ’96 fa le valigie ed approda al Real, è la prima meringa italiana. Con i galacticos Panucci vince uno scudetto alla prima stagione e una Champions League alla seconda. Lui però vuole tornare in Italia, e, per farlo, sceglie l’Inter, il posto migliore in cui approdare se sei stato cacciato dal Milan. Ad Appiano Gentile Panucci si allena però per un solo anno, visto che un altro colpo di testa, il suo peggiore, lo porta a litigare con Marcello Lippi, che se ne sbarazza. Tenta allora l’esperienza inglese, al Chelsea di Zola, dove resta però appena mezza stagione, il tempo di giocare 8 partite senza metterla mai dentro e passa al Monaco, dove invece mette il pallone in porta 3 volte in 9 partite. Si guadagna la riconferma nel principato, ma dopo 5 partite estive di campionato, nel 2001 se lo aggiudica la Roma, che aveva già provato a strapparlo all’Inter senza successo. A Roma Panucci trova il suo habitat naturale. In giallorosso approda l’anno dopo lo scudetto, nel 2001/02. Con la Roma è a quota 183 partite, condite da 12 gol. Due di questi sono arrivati il 9 maggio 2007, contro l’Inter nella finale di Coppa Italia, certamente il picco più alto da lui raggiunto in giallorosso. Il 17 maggio dopo la partita di ritorno, ha alzato al cielo la Coppa Italia. E chissà che non possa alzare al cielo un altro trofeo al cielo, il 29 giugno 2008.
Antonio Giusto


Fonte: Sportbeat

martedì 13 novembre 2007

Chrisantus all'Amburgo


Vi ricordate di Macauley Chrisantus, il 17enne nigeriano capocannoniere dei mondiali under 17 che mi aveva stragato quest'estate? Spero di sì, altrimenti vi rimando a questo post agostano.
Comunque Macauley ha appena firmato un contratto con l'Amburgo (qui il comunicato ufficiale sul sito della società anseatica). Maca, buona fortuna!

Mama(dou) che partita!



Battere in Lione in Francia è diffide, ancor più difficile se si gioca allo Gerland, e la difficoltà tocca picchi ancor più alti se si è penultimi in classifica. Vincere in queste condizioni, però, si può, e a dimostarlo ci ha pensato il Marsiglia. L’OM ha battuto il Lione a casa propria, lasciando il campionato aperto visto che il Nancy è appena 3 punti dietro gli esacampioni di Francia e deve recuperare una partita. Il campionato quasi certamente finirà per la settima volta consecutiva nelle mani del Lione, ma gli appassionati di calcio francese dovranno ringraziare Mamadou Niang, autore della doppietta decisiva e soprattutto Carlos Lopez. Perché Carlos Lopez? Perché fu lui a convincere un giovane Mama Niang a tornare a giocare a calcio dopo che il nativo di Matam, comune di 20000 anime situato nel nord-est del Senegal, aveva deciso di lasciare il calcio ad appena 18 anni. Dopo essere stato convinto da Lopez a tornare al calcio, fu il suo stesso ex allenatore al centro di formazione del Le Havre a scegliere la destinazione: Troyes, allenatore Alain Perrain, che ieri ha fatto soffrire. La prima stagione a Troyes la trascorre negli amatori, riuscendo a gudagnarsi la fiducia proprio di Perrain, che l’anno successivo lo promuove in prima squadra. L’annata non è delle più fortunate, e in appena 10 partite, tutte giocate partendo dalla panchina, mette il pallone in rete in appena due occasioni. L’anno successivo parte ancora come riserva, ma durante la stagione viene finalmente promosso titolare. I gol però continuano ad arrivare con il contagocce, ma Mama non demorde, e nella stagione successiva continua ad impegnarsi, ma gli appena 3 gol segnati in 20 partite di Ligue 1 lo convincono ad accettare il declassamento in Ligue 2, al Metz di Jean Fernandez. In Lorena forma una coppia da sogno con Emmanuel Adebayor, e i 5 gol in 12 partite gli valgono la chiamata dello Strasburgo, in Ligue 1. In Alsazia trova il serbo Ljuboja, che fa la sua fortuna: in coppia con lui segna infatti ben 8 gol, che gli valgono la definitiva entrata nel giro della nazionale senegalese. A gennaio però Ljuboja passa al PSG, e Niang ne risente, segnando appena un altro gol e iniziando a ritrovarsi in panchina sempre più spesso. È però l’arrivo di Pagis a fare la sua fortuna. In coppia con l’attuale attaccante del Rennes Niang segna 15 gol, che con i 13 messi a segno da “Pagistrale” fanno 28. Per 7 milioni lo prende il Marsiglia, dove ritrova Jean Fernandez, il tecnico con cui esplose al Metz. Nelle prime due stagioni con l’OM va in doppia cifra, sfiorando la vittoria in Coppa di Francia nel 2006 e nel 2007, anno in cui arriva secondo in campionato alle spalle del Lione e garantendosi la partecipazione alla Champions League, dove quest’anno è già andato a segno due volte, e chissà che grazie ai gol di Mama non si avveri la predizione del telecronista di Lione-Marsiglia di ieri sera, ovvero che una delle due squadra raggiunga la finale della coppa più ambita.
Antonio Giusto


Fonte: SportBeat

lunedì 5 novembre 2007

Il primo mattone della salvezza


Christian Riganò esulta. Marca

Una casa si costruisce mattone su mattone, e Christian Riganò lo sa bene, visto che prima di sfondare nel calcio faceva il muratore. Proprio Riganò ha avuto l’onore di posizionare il primo mattone della salvezza del Levante tutto italiano di De Biasi. Per farlo gli sono bastati trentaquattro minuti nei quali ha segnato i 3 gol (a 0) all’Almeria che hanno consentito al suo Levante di portare a casa i suoi primi 3 punti stagionali, dopo che ne aveva conquistato solo 1, contro il Murcia alla seconda giornata, nelle precedenti 10 partite. Quell’unico punto in 10 partite aveva però portato i tifosi e non solo loro a contestare la squadra. Il primo a pagare è stato ovviamente il tecnico Abel Resino, sostituito dall’ex granata Gianni De Biasi, il quinto italiano del Levante. Anche Riganò, però, era stato oggetto della critica dei tifosi levantini, che gli rimproveravano un eccessivo uso di sigarette, ma lui, dopo aver prontamente ribadito «non reputo un problema il fatto che un giocatore si conceda una o due sigarette dopo i pasti. Capirei le critiche se uno fumasse un pacchetto al giorno, ma non è il mio caso. Non credo - ha concluso l’ex bomber messinese - che il Levante sia ultimo in classifica per questo». Il fumo – vizio condiviso con molti altri calciatori, tre nomi su tutti: Platini (il cui vizio non faceva piacere all’avvocato al quale replicava che l’importante era che non fumasse Benetti, mediano tutto polmoni della Juve nella seconda metà degli Anni 70), Zidane e Buffon, quindi, per il nostro non è un problema. Problemi che ha però creato a Cobeño, numero 1 dell’Almeria.
Problemi che Riganò, agli esordi, era costretto a sventare: ai tempi del Lipari, infatti, Riganò giocava in difesa. Fu spostato in attacco in occasione di un match per il quale il Lipari non aveva attaccanti disponibili, e la stazza del bomber oliano convinse il suo allenatore a provarlo come prima punta. L’esperimento riuscì, e da allora Riganò è un attaccante, e che attaccante! Dopo aver trascorso quattro anni al Lipari, corona il suo sogno giocando nel Messina, ma solo per una stagione, visto che i soli 3 gol in 29 partite di campionato non gli valgono la riconferma. Lui non si perde d’animo e, dopo due anni all’Igea Virtus, approda al Taranto, in C2. Con 14 gol contribuisce alla promozione in C1 degli Ionici, e con 27 reti in 33 partite nella stagione successiva si fa notare dai dirigenti della Fiorentina, che cercano giocatori per ripartire dalla C2 con la Florentia Viola. Lui accetta di buon grado, e dopo 30 gol in 32 partite nella prima stagione, trova quello che aveva perso a Taranto per colpa del Catania in un’accessissima finale play off: la serie B. Proprio nella serie cadetta si fa alfiere del detto «chi sa segnare segna dovunque, dalla C2 alla A», mettendo a segno 23 reti, che valgono alla Fiorentina l’accesso ai play off dove i viola battono il Perugina e tornano in A dopo due anni di serie minori. Con la Fiorentina gioca anche la propria prima stagione di serie A, in cui va però a segno appena 4 volte in 18 partite a causa di un infortunio patito alla prima giornata. Lui non si scoraggia, e l’anno successivo va a Empoli, visto che a Firenze è chiuso dal neoacquisto Toni. Con gli azzurri è titolare, ma i gol sono appena 5 in 33 partite, e la Viola lo cede al Messina, dove torna a distanza di nove anni. Con i peloritani dimostra di essere un attaccante vero, di razza, e sfruttando il suo fisico, il suo fiuto del gol sotto porta e soprattutto una grande rabbia, segna 19 gol. In appena 27 partite perché un infortunio lo ferma per due mesi. La sua grande stagione non è però sufficiente per la salvezza dei giallorossi, che decidono di cederlo visto che il suo ingaggio pare eccessivo per la serie B. A farsi avanti sono diverse squadre, su tutti il Livorno, che però se lo fa soffiare all’ultimo minuto dal Levante, dove va ad infoltire la colonia azzurra. Il primo gol arriva alla quarta giornata contro l’Athletic Bilbao con un colpo di testa su cross di Pedro Leon. Gol però inutile, a differenza di questa tripletta, dopo la quale i tifosi, per festeggiare, una sigaretta potrebbero anche offrirgliela.
Antonio Giusto


Fonte: SportBeat

venerdì 2 novembre 2007

Vampeta e i suoi fratelli



Vampeta, il bidone per eccellenza. Da lui, ovviamente, è obbligatorio partire per questo affascinante tour tra i più grandi bidoni del calcio italiano dell’ultimo decennio.
Vampeta (“piccolo vampiro”), nome d’arte di Marcos André Batista Santos arriva in Italia nel 2000, su consiglio dell’ex compagno di squadra al PSV Ronaldo. Ad aggiudicarselo è Massimo Moratti, in quegli anni ottimo scopritore di bidoni, che rimpingua con 15 milioni di dollari le classe del Corinthians. In Italia Vampeta si presenta benissimo, andando in gol (anche se con l’evidente complicità di Peruzzi) all’esordio in Supercoppa Italiana (l’Inter verrà sconfitta 4-3) contro la Lazio. La strada per quello che all’epoca (e forse tuttora) era il giocatore più amato dai gay, diventa in salita: tanta tribuna per lui, con sporadiche apparizioni in campo tra Coppa Uefa e Coppa Italia, dove gioca, il 29 novembre 2000, la sua ultima partita nerazzurra in un disastroso 6-1 subito dal Parma. Per lui l’unica soluzione è espatriare, e la società, pur di liberarsene, accetta in cambio Stephane Dalmat dal Paris Saint Germain. Dalmat segue le sue orme, giocando un po’ di più, l’altro giocatore diventato nerazzurro per merito suo, Adriano, pare sulla buona strada.
Altro interista (ce ne sono a iosa, ma mi limiterò ai casi più eclatanti di “bidonismo nerazzurro”) presente su questo immaginario podio dei bidoni è senza dubbio Vratislav Gresko, unico bidone in grado di far perdere, pur se con la collaborazione di un ceco ex Manchester United e di un ex ferroviere, addirittura uno scudetto. Il biondo slovacco, voluto all’Inter da Marco Tardelli, che ne era rimasto stregato quando allenava l’under 21 azzurra in un match contro la Slovacchia, compie il suo capolavoro il 5 maggio 2002. Contro una Lazio in lizza per un piazzamento Uefa, Vratislav decide che il tricolore sulle maglie bianconere è più bello che su quelle nerazzurre, e si esalta. L’Inter va in vantaggio due volte, prima con Vieri e poi con Di Biagio, ma i clamorosi svarioni di Gresko consentono per due volte a Poborsky di riportare i suoi in parità. L’Inter, psicologicamente a pezzi, crolla nella ripresa e i gol di Simeone, indimenticato ex, e di Simone Inzaghi, fissano il risultato sul 4-2. Lo scudetto è della Juventus, vittoriosa 2-0 ad Udine; l’Inter è addirittura terza, costretta ai preliminari di Champions; io e Ronaldo siamo in lacrime; Gresko? Lui si rifugia a Bratislava e si giustifica dicendo di non essere l’unico colpevole di ciò che è accaduto. Viene poi mandato il prestito al Parma, poi espatria: Blackburn, Norimberga e adesso Bayer Leverkusen, la stessa squadra da cui l’Inter l’aveva prelevato nel 2000 per 10 miliardi e mezzo di lire.
Terza piazza del podio per un nome tristemente noto ai tifosi laziali: Gaizka Mendieta. Il biondo centrocampista cresciuto nel Castellón approdò alla Lazio nel 2001, per la stratosferica cifra di 93 miliardi di lire. In biancazzurro bastarono 19 presenze per ricevere il benservito, arrivato al termine della stagione. Un anno al Barça e poi il passaggio al Middlesbrough, dove tuttora si guadagna la pagnotta.
Altro ex laziale meritevole di far parte del tour è senza dubbio Iván de la Peña. “El Pelat” arrivò alla Lazio dal Barcellona per la prima volta nel 1998. 14 partite, 0 gol e biglietto aereo per Marsiglia. Una stagione con l’OM, poi il ritorno al Barça. A Cagnotti non resta che riportarlo in Italia per dargli una seconda chance, ma lui non la sfrutta. Il definitivo ritorno in patria, a Barcellona, stavolta sponda Espanyol, avviene nel 2002.
Dopo questo breve excursus tra i laziali, torniamo ai nerazzurri. Come non parlare del miglior giocatore macedone del secolo, il mitico Darko Pancev? “Il Cobra”, 84 gol in 6 anni con il Vardar Skopje, 84 in 4 con la Stella Rossa, approdò all’Inter nel 1992. 12 partite, 1 gol e un biglietto andata e ritorno per Lipsia. Dopo una stagione in Germania, condita da 2 gol in 10 partite, il ritorno in nerazzurro. Stavolta i gol sono ben 2, in 7 apparizioni. Al “Ramarro” (così era orma soprannominato l’ex cobra) non restò che chiudere la carriera in Svizzera, al Sion, dopo una breve parentesi tedesca con il Fortuna Düsseldorf.
Ultimo nerazzurro europeo – poi passeremo ai sudamericani -, Jeremie Brechet, indimenticato bidonee della fascia sinistra della Beneamata. Brechet, cresciuto nel Lione, si veste di nerazzurro nel 2003/04 per appena 15 – terrificanti - volte, sufficienti perché Zaccheroni gli dica che con lui in panchina non avrebbe mai giocato. Brechet si vede costretto a lasciare Appiano Gentile per la gioia di ogni nerazzurro e passa alla Real Sociedad. Due anni in Spagna, poi il passaggio al Sochaux, di cui è attualmente capitano.
Adesso tocca ai nerazzurri “made in South America”. Partiamo dal primo acquisto dell’era Moratti: Sebastian “Avioncito” (così detto per la sua esultanza dopo una rete, mai vista in Italia) Rambert. Arriva in coppia con Zanetti; l’attuale capitano dura da 13 anni, lui va via dopo nemmeno tre mesi in cui colleziona una sola apparizione, in Coppa Italia, contro la Fiorenzuola. Una volta lasciata l’Inter, si accasa al Saragozza, 20 presenze, 5 gol e ritorno in patria. Dopo diverse stagioni spese, senza brillare, tra Boca, River e Indipendiente, torna in Europa per una fugace apparizione con l’Iraklis di Salonicco, salvo poi tornare in Argentina, all’Arsenal di Sarandí, per chiudere la carriera nel 2003.
Passiamo a quattro giocatori con uno stesso comune denominatore: Paco Casal. Partiamo dal più famoso, il “Chino” Recoba, che non mi sento di definire “bidone”. Nella categoria rientrano però pienamente gli altri tre: Antonio Pacheco, Gonzalo Sorondo e Fabian Carini. Il primo viene portato all’Inter proprio da Casal, che pretende un suo inserimento nell’affare Recoba. In nerazzurro Pacheco gioca una partita in due anni, venendo poi sbolognato all’Espanyol. Sorondo, temuto (dagli interisti) difensore uruguagio, approda all’Inter nel 2001, dopo che gli osservatori nerazzurri se ne erano innamorati in un Uruguay-Brasile 1-0 del primo luglio 2001. Con l’Inter Sorondo colleziona insuccessi, e viene sbolognato a destra e a manca. Finalmente qualcuno decide di riscattarlo, questo qualcuno è il Charlton, che se ne libera poco dopo rispedendolo in Uruguay al Defensor. Adesso è all’Inter, di Porto Alegre, per fortuna. Il quarto “casaliano” è Fabian Carini, che la Juventus preleva dal Danubio nel 2000, salvo poi mandarlo in prestito allo Standard di Liegi due anni dopo. Dopo lo Standard, con cui trova anche il modo di segnare una rete, giunge all’Inter nell’affare-Cannavaro. 4 partite in nerazzurro e prestito a Cagliari, dove, dopo 9 deludenti partite, viene sostituito da Chimenti. Adesso è al Real Murcia, in Spagna.
Carrellata di nerazzurri finita? No, mancano ancora due brasiliani. Il primo è Caio, arrivato all’Inter nel ’95 dopo uno splendido mondiale under 20 in cui viene premiato come miglior giocatore. In nerazzurro però non ottiene gli stessi risultati della Bocconi, dove dimostra di valere più sui libri che sui campi da gioco. L’Inter prova anche a mandarlo al Napoli, ma fallisce anche lì, e l’unica cosa da fare è rispedirlo in Brasile. Dopo aver girovagato per l’immenso paese sudamericano, lascia il calcio nel 2005 per dedicarsi alla carriera di modello.
Secondo brasiliano e ultimo nerazzurro (mi rifiuto di inserire Bergkamp in questa lista di bidoni) è Gilberto. Gilberto da Silva Melo, dopo un discreto passato come giocatore di calcio a 5, approda all’Inter nel ’99, proveniente dal Cruzeiro. In nerazzurro dura tre partite, due di campionato e una di Coppa Italia, poi torna in Brasile, al Vasco da Gama. Oggi è titolare irremovibile dell’Herta Berlino ed è nel giro della nazionale brasiliana, con cui ha giocato da titolare gli scorsi mondiali.
I bidoni a Milano, però, non sono solo nerazzurri, anche in rossonero abbondano.
Su tutti Ibrahim Ba: cresciuto calcisticamente nel Le Havre, passa al Bordeaux, dove lo notano gli osservatori milanisti, che lo vestono di rossonero. Nel 97/98 è addirittura titolare, ruolo che perde nel successivo anno, in cui i rossoneri diventano campioni d’Italia. Poi viene mandato in prestito al Perugia, e lì iniziano i primi sintomi della malattia comune a tutti i giocatori nominati in questo articolo: il bidonismo. Malattia che raggiunge il massimo apice nel 2004, quando, dopo aver girovagato tra Marsiglia, Milan e Bolton, si accasa al Çaykur Rizespor. Dopo due apparizioni turche, passa al Djurgården, in Svezia, con cui rescinde il contratto nel gennaio 2006. Decide allora di tornare in Italia, al Varese, ma solo per allenarsi. Da luglio è al Milan, che lo ha riaccolto per provare a restituirlo al calcio, anche se la sua sindrome sembra incurabile anche ai preparatissimi medici di Milan Lab.
In rossonero, però, non ha deluso solo lui: Winston Bogarde e Patrick Kluivert vi dicono qualcosa? I due olandesi non ebbero molta fortuna in maglia rossonera. Furono acquistati (dall’Ajax) e ceduti (al Barça) in coppia; il primo ripartì da Milanello alla volta di Barcellona un anno dopo esservi approdato, insoddisfatto dello scarso impiego (appena 3 partite per lui); il secondo, idem.
A Milanello possono fallire addirittura i brasiliani, che sembrano invece essere una delle colonie più felici del campionato. I due esempi più lampanti sono Rivaldo, approdato al Milan come campione e rilasciato come calciatore finito, salvo poi smentire il tutto nelle stagioni greche, e Ricardo Oliveira, arrivato a Milano per sostituire Sheva, dell’ucraino ha ereditato solamente il numero di maglia. Piccola curiosità: appartengono a lui due record calcistici legati al denaro: il primo è quello di giocatore che ha ricevuto la multa più alta (ben due volte di 1 milione di € dal Betis) e quello dei gol più cari: 3 gol con il Milan, che lo aveva pagato di 21 milioni di €, con una media di 7 milioni guadagnati a gol.
Ci sarebbero da raccontare tante altre storie, come quelle di Ipoua e Jardel, ad esempio, probabilmente i due attaccanti più scarsi degli ultimi 10 anni di serie A, oppure quelle dei bidoni di Juve, Roma e Lazio, ma, per ora, basta così.
Antonio Giusto


Fonte: SportBeat

mercoledì 24 ottobre 2007

CSKA Mosca-Inter 1-2



L’Inter ora è squadra vera anche in Europa. Questa la certezza scaturita dal match contro un CSKA Mosca sempre più deludente.
Il CSKA, che ha ormai detto addio alle residue speranze di vincere il campionato russo (dove a 3 giornate dal termine è a -12 dalla coppia di testa formata da Spartak e Zenit) è obbligato a concentrarsi sull’Europa, dove ha già dimostrato di essere in grado di farsi valere, come dimostra la Coppa Uefa 2005. Gli uomini di Gazzaev si trovano però di fronte un’Inter che è ormai squadra vera, come dimostra il successo ottenuto a Reggio. Ai nerazzurri non la si fa più e, anche quando giocano male, riescono ad avere la meglio, grazie ad un pantano utilizzato come campo o ad un portiere “bidone” - espressione che cerco di non usare mai nei confronti dei professionisti, ma Mandrykin, specialmente dopo le due papere europee, se la merita tutta – poco importa.
Il CSKA parte forte, e un’Inter che perde per l’ennesima volta Vieira dopo appena un quarto d’ora è costretta a stare a guardare. I nerazzurri provano a reagire, però il CSKA è sempre in agguato grazie ad un attacco temibile anche senza Vagner Love, in cui Jô parte largo per poi accentrarsi e Daniel Carvalho, al rientro dopo un lungo infortunio, spazia sul fronte offensivo sempre pronto a piazzare la giocata vincente, ieri però mai arrivata. A far paura a Julio Cesar ci pensa anche un ottimo Krasic, che parte dalla fascia e si accentra, rendendosi pericoloso in più di un’occasione. Nell’Inter, senza mezza squadra a causa delle squalifiche, torna Cordoba, che pare in ripresa dopo alcune prove che definire deludenti è un eufemismo, e si vede quando Jô riceve palla al limite dell’area e, dopo aver vinto due rimpalli con “Café Colombia” fa partire un pallonetto che batte Julio Cesar, apparso fuori posizione. L’Inter prova a reagire, ma le uniche cose da annotare sul taccuino sono gli errori degli avanti del CSKA e gli infortuni dei moscoviti Dudu, sostituito da Eduardo, e Aleksei Berezutskiy, “azzoppato” da Figo, che macchia così il suo centesimo gettone in Champions League.
Nella ripresa l’Inter capisce che un’altra sconfitta in Europa è inaccettabile, e parte forte. I nerazzurri vengono premiati al 52’, quando Crespo riceve palla dal biondo Krasić in un’azione simile a quella che ha generato il gol di Trezeguet nel derby, e insacca. 1-1 e palla al centro, per pochi secondi, però, perché l’Inter si tuffa nuovamente in avanti senza però trovare la rete per via degli errori di uno Stankovic, giustificato perché non al meglio, e di un Ibra tornato quello pre-PSV. A risolvere la contesa ci pensa Samuel, con il quale presumibilmente farà coppia Materazzi al rientro, perché metterlo in panca, ora come ora, è impossibile. The Wall segna il 2-1 all’80’, ma il merito (o la colpa, se non siete nerazzurri) è soprattutto del sostituto di Akinfeev, Mandrykin, che dopo la schifezza (per dirla alla Caressa) combinata contro il Fenerbahçe toglie altri punti ai suoi con la complicità di una zolla probabilmente simpatizzante della Lokomotiv.
L’Inter torna a Milano (anche se a breve volerà a Palermo) con i 3 punti e la certezza di non essere più pazza, il CSKA resta a Mosca a sperare di centrare almeno la qualificazione in Uefa per sperare di ripetere l’impresa del 2005.

TABELLINO
CSKA Mosca (3-4-1-2): Mandrykin 4; V. Berezutskiy 6, Ignashevich 6, A. Berezutskiy 6,5 (dal 45' A. Grigorjev 6); Krasic 7, Aldonin 6, Rahimic 5,5, Zhirkov 6; Dudu Cearense 5,5 (dal 42' Eduardo Ratinho 5) (dal 76' Janczyk s.v.); D. Carvalho 5,5, Jô 6,5. All.: Gazzaev.
Inter (4-3-1-2): Julio Cesar 6; J. Zanetti 6, Cordoba 5,5, Samuel 7, Maxwell 6,5; Vieira s.v. (dal 17' Stankovic 5,5), Dacourt 6,5 (dal 77' Solari s.v.), Cambiasso 6,5; Figo 6,5; Ibrahimovic 5, Crespo 6,5 (dal 62' Cruz 6). All.: Mancini.

Reti: 32' Jo (CSKA), 52' Crespo (Int), 80' Samuel (Int).
Arbitro: M. Riley

lunedì 22 ottobre 2007

È tornato l'Imperatore?

Il colpo di testa vincente di Adriano. Inter.it

«Grazie a Dio ho messo la testa a posto: devo lavorare bene come sto facendo e dimostrare sul campo di essere cambiato», queste le parole di Adriano ai microfoni di Sky al termine del match vinto con la Reggina grazie ad un suo gol, il primo da 188 giorni a questa parte. La rete, arrivata di testa, è soprattutto merito di Figo - autore di una magnifica punizione sulla quale all’Imperatore si è avventato sfiorando la palla quel tanto che è bastato per metterla alle spalle di Campagnolo -, ma sul tabellino figura il nome di Adriano, nuovamente felice, davvero, dopo tanto, troppo tempo.

In estate si erano visti i primi segnali di rinascita, quando, accompagnato dal solo professor Gaudino, era tornato in Brasile per allenarsi da solo e recuperare lo smalto perduto. In Brasile, sua terrà natia, dove aveva iniziato a tirare i primi calci al pallone, in un campetto spelacchiato a pochi metri dalla sua casa, sul cui tetto-terrazzo si divertiva a giocare con l’aquilone, di Vila Cruzeiro. In quel campetto, che ora si chiama “cantino do Adriano” il piccolo “Pop corn”, come era stato soprannominato dagli amici per la sua passione per i chicchi di mais riscaldati, giocava combattutissime partite e donava i primi baci. Non alle maglie, però: un pomeriggio Pop corn e i suoi amici erano in strada a giocare a “Dire, fare baciare, lettera, testamento”, gioco nel quale ognuno, ad occhi chiusi, deve scegliere una della cinque cose da fare; il piccolo Adriano si mise d’accordo con i suoi amici in modo da scegliere “bacio” quando era il turno di Aline. Il piano riuscì alla perfezione, e Adriano, anzi, Pop corn, baciò la sua Aline. La principale occupazione di Adriano, però, era il futebol. La sua classe lo porta dritto nelle giovanili del Flamengo, dove la sua stazza fisica fa storcere il naso a più di un addetto ai lavori. Lui continua a lavorare sodo nonostante le critiche, e si vede ricompensato dalla vittoria del mondiale under 19 del 1999. In quello stesso anno viene promosso in prima squadra nel Mengão, dove esordisce nel 2000 e termina la stagione con ben 10 reti in 32 partite, numeri che fanno venir l’acquolina in bocca alle big europee. Il tempo di esordire con la Seleçao, il 15 novembre 2000 con la Colombia, e se lo aggiudica l’Inter, con cui debutta il 14 agosto 2001 al Bernabéu di Madrid. Entra all’88’, pochi minuti dopo esulta: la sua punizione al fulmicotone ha appena fatto vibrare la rete delle Merengues. Indubbia la riconferma, anche se con l’Inter le cose non vanno benissimo: Pop corn è la sesta punta, e in cinque mesi va in rete una sola volta in 8 partite, contro il Venezia. A gennaio viene mandato in prestito a Firenze, dove, pur non riuscendo a salvare la Viola, si mette in mostra segnando 6 reti. A Milano, però, per lui non c’è spazio, e viene mandato a maturare ulteriormente a Parma. In due anni in Emilia, l’Imperatore zittisce tutti i suoi detrattori. Nella prima stagione fa faville in coppia con Mutu, chiudendo a quota 18 reti. Non bastano ancora per l’Inter, che lo lascia ai gialloblù. Nel 2003/04 parte ancora più forte, e i suoi 9 gol in 11 partite (sarebbero stati anche di più senza un fastidioso infortunio che lo tenne lontano dai campi per oltre un mese) e questo, oltre allo scarso rendimento dell’Inter, convince Moratti a sborsare 15 milioni di euro per riportarlo in nerazzurro. Con 9 reti e un rendimento stratosferico Adriano porta l’Inter ai preliminari di Champions League, dove elimina ancora una volta praticamente da solo il Basilea. In mezzo, una Coppa America vinta anch’essa praticamente da solo. Nel 2004/05, dopo i preliminari di Champions, Adriano continua a mantenere un folle rendimento. A fine stagione i gol saranno 28: 16 in campionato, 10, compresi i preliminari, in Champions e 2 in Coppa Italia, entrambi nella finale d’andata, visto che salterà quella di ritorno perché in ritiro con la nazionale brasiliana in vista della Confederations Cup, vinta anche quella, che si sarebbe disputata in Germania. L’Imperatore parte ancora più forte nel 2005/06, quando inizia la stagione con una tripletta al Treviso. Inizia però il suo declino, e, dopo una doppietta al Milan nel 3-2 dell’11 dicembre, segna solo una rete nel 2006, alla Sampdoria. Durante l’estate gioca comunque i Mondiali con il Brasile, con cui segna 2 gol. A settembre la situazione, ormai critica, convince Moratti a mandarlo in Brasile per provare a recuperare una voglia di gol perduta. Con mamma Rosilda (papà Almir è scomparso pochi giorni prima del preliminare di Champions vinto con il Basilea) Adriano continua a fare di testa sua, facendosi pizzicare dai paparazzi in scooter senza casco e con una cassetta di lattine di birra in mano. Torna a giocare il 26 novembre, contro il Palermo. Fa due assist e torna nell’ombra. Si guadagna la rincoferma sul filo di lana: il 23 dicembre 2006 segna all’Atalanta, si ripete poi contro il Bahrain in amichevole, l’Empoli in Coppa Italia e Torino e Chievo in campionato. Dopo il gol ai clivensi resta all’asciutto fino al 15 aprile, ossia fino al gol al Palermo. Una settimana dopo diventerà anche campione d’Italia, ma non da protagonista. E siamo a questa stagione, partita con i migliori auspici per il brasiliano, che si diceva ritrovato dopo al preparazione carioca. Sogna anche un posto da titolare al fianco di Ibra, ma un precampionato deludente lo fa scivolare in fondo alla personale classifica degli attaccanti di Mancini, che lo esclude dalla lista Champions. Lui la prende male, ma non lo dà a vedere, impegnandosi come e più degli altri per ottenere un posto da titolare. Mancini lo accontenta contro il Catania, dove dimostra di essere tornato un calciatore. Ancora titolare a Livorno, dove solo i legni gli negano la gioia del gol. Contro la Reggina, però, riesce per la prima volta quest’anno ad inserire il proprio nome nel gabellino alla voce “Marcatori”. Forse è l’ennesimo tentativo di rinascita che poi si rivelerà solo l’ennesima presa in giro dell’Imperatore, o forse è la volta buona. La domanda, però, è sempre quella di un mio post estivo: tornerà Imperatore?
Antonio Giusto


Fonte: SportBeat

lunedì 15 ottobre 2007

Butzema


Due giocate da bomber vero, quelle contro le modeste Fær Øer, per Karim Benzema, da me storpiato in “Butzema” perché oltralpe “but” significa “gol”, ed è troppo difficile resistere alla tentazione di modificare il cognome di questo ragazzo da molti affiancato a Trezeguet, detto “Trezegol”.

Dopo questa (forse per alcuni) fastidiosa parentesi sul soprannome che ho appena afibbiato all’attaccante franco-algerino in forza al Lione, passiamo ai fatti: sabato 13 ottobre, nel match di qualificazione agli Europei 2008 della Francia, Benzema confeziona gli ennesimi regali per gli occhi dei tifosi transalpini. Prima un colpo di testa, poi un sinistro di rapina per battere lo sfortunato Jakup Mikkelsen, 37enne portiere del B36 Tórshavn che sabato difendeva per la cinquantunesima volta in carriera la porta delle Fær Øer. Due gol, come dicevo, da bomber vero, che avvalorano il pragone con Trezeguet, con cui condivide un buon fisico, delle grandi doti aeree ma, soprattutto, un’implacabilità sotto rete comune a pochi giocatori.

Karima Benzema, figlio di due emigranti algerini provenienti da Tighzert à Beni Djellil, nel nord dell’Algeria.
A Lione Benzema nasce, il 19 dicembre 1987, e cresce, anche e soprattutto sul piano calcistico, visto che, ad appena 9 anni, dopo una parentesi di un anno nel Bron Terraillon, entra nelle giovanili del Lione. Oltre a far faville con le rappresentative giovanili dell’OL, Benzema raccoglie grandi successi anche con le rappresentative under dei Bleus, dove, con l’under 17, conquista nel 2004 il titolo europeo di categoria. L’anno successivo vince un altro alloro di categoria, stavolta con la divisa del Lione: con 12 gol in 14 partite contribuisce alla vittoria del Lione nell’equivalente del nostro campionato primavera.
Questi numeri lo fanno notare agli allenatori della prima squadra, primo fra tutti Paul Le Guen, che gli regala l’esordio in campionato, il 15 gennaio 2005, contro il Metz, una buona prova per lui, ondita da un assist per Bergougnoux, ex attaccante del Lione ora al Tolosa. Per Karim, però, le sorprese non sono finite, infatti il suo primo gol stagionale arriva all’esordio in Champions League, contro il Rosenborg.
Nel 2006/07 Benzema parte titolare nel Lione, con Houllier in panchina che crede in lui. Benzema, ovviamente, ripaga la fiducia partendo a razzo in campionato: un gol al Nantes nella prima giornata, due al Nizza nella quarta, un altro al Marsiglia nella decima. Queste prestazioni gli fruttano anche la chiamata di Domenech, che approfitta del volere del ragazzo, che in passato aveva rifiutato la chiamata della nazionale algerina. Il debutto in bleu viene però rinviato, visto che Karim si infortuna a poche ore dal match. Debutto solo rinviato, però, visto che il 28 marzo 2007 Benzema indossa per la prima volta il bleu della nazionale francese, festeggiando con un gol.
La stagione 2006/07 si conclude con un bottino totale di 8 reti, ma l’esplosione arriva subito dopo, quando Alain Perrin prende posto sulla panchina degli esacampioni di Francia, promuovendo Benzema titolare. Lui, tanto per cambiare, si fa trovare pronto, anzi, prontissimo: 10 gol nelle prime 10 partite di campionato, tra cui spicca una tripletta al Metz, proprio la squadra contro cui aveva esordito.
E siamo ai gol alle Fær Øer, e ad un’esplosione ormai certificata. Benzema, per continuare a migliorare, però, dovrà lasciare la città in cui nato e cresciuto. Per il futuro si vocifera di Fiorentina, Milan e Juve, oppure chissà, Benzema potrebbe trovarsi ad indossare un altro blu, scritto “blue”, in questo caso, il “blue” del Chelsea di Roma Abramovich.
Antonio Giusto


Fonte: SportBeat

sabato 13 ottobre 2007

Scozia-Ucraina 3-1


Kenny Miller esulta dopo il gol dell'1-0. PA

Ad Hampden Park, casa a 5 stelle UEFA della nazionale scozzese, partono gli inni. Tempo pochi minuti e le squadre sono in campo.
L’Ucraina schiera un 4-2-4, con un solo incontrista puro, Tymoschuk, a guardia della difesa. Ai suoi lati Gusev, a destra, Vorobei, 85 gol nella Vischi Liha, il campionato di calcio ucraino, alla sua sinistra. In avanti, oltre a Sheva e Voronin, Oleksandr Hladky, «il miglior attaccante ucraino della nuova generazione» secondo Cristiano Lucarelli, suo compagno di squadra allo Shakhtar Donetsk.
La Scozia si dispone in campo con un più disciplinato 4-4-2, con McFadden e Miller in avanti.

La prima occasione del match è di Shevchenko, che dopo un minuto e mezzo calcia alto sulla porta del “black cat” Craig Gordon dopo aver recuperato il pallone sulla trequarti.
La rete della Scozia arriva sugli sviluppi di un calcio di punizione per fallo di Nesmachniy, poi ammonito: McFadden calcia e Miller, al rientro in nazionale dopo aver saltato due partite, anticipa Shovkovskiy e mette in porta la palla dell’1-0.
L’Ucraina prova a riaddrizzare le sorti del match gettandosi in avanti con il proprio arsenale offensivo, ma l’unica occasione rilevante prima del 2-0 della Scozia arriva in contropiede con Gusev, che calcia alto dopo aver saltato due scozzesi al limite dell’area.
Dicevamo del 2-0: ancora un calcio di punizione, ancora un gol. Stavolta la rete è di Lee McCulloch, che controlla il pallone e batte Shovkovskiy con un preciso destro dopo essere stato trovato libero in area da un calcio di punizione di Barry Ferguson. Per il 29enne centrocampista dei Rangers è la prima rete in nazionale; per la Scozia è un 2-0 che avvicina sempre più gli “highlander” ad un sogno chiamato europeo; per Oleg Blokhin, praticamente, la fine dell’incarico da c.t. dei gialloblù.
Sheva, da buon capitano, prova a crederci, anche se l’unico aggettivo per ciò che combina il pallone d’oro 2004 nei 5 minuti successivi al gol di McCulloch è “disastroso”. E’ sempre Sheva, dopo 10 minuti di “combattimento” a metà campo, a riaprire il match con un destro di rapina su errore di McManus, facendo ricredere i suoi detrattori.
L’Ucraina, priva di centrocampisti in grado d’impostare l’azione, continua ad affidarsi ai lanci lunghi, che al 30’ si rivelano utili quando liberano Yezerskiy davanti a Gordon. Il difensore dello Shakhtar, però, va con il piede molle sul pallone e lo mette clamorosamente fuori.va al riposo dopo 3 dubbi rigori, tutti non concessi dall’arbitro Fink. La ripresa inizia con un cambio: fuori Gusev e dentro Rotan. Questa sostituzione fa sì che lo schieramento ucraino vari: si passa dal 4-3-3 del primo tempo ad un assai improbabile 4-2-4 con un ancor più improbabile attacco disposto a rombo, inizialmente con Rotan a sinistra, Vorobei a destra e Voronin alle spalle di Sheva.
La prima occasione della ripresa arriva al 50’, quando Voronin calcia fuori su invito del neoentrato Gusev.
Le posizioni dell’inedito rombo offensivo dell’Ucraina cambiano, e al 55’ Sheva, in versione ala destra, serve Hladky a centro area. L’attaccante dello Shakhtar va a terra, ma per Fink non è rigore.
Al 60’ inizia la consueta girandola dei cambi: fuori McCulloch e dentro Dailly per la Scozia, fuori Vorobei e dentro Nazarenko per l’Ucraina due minuti dopo.
Al 68’ McFadden chiude a chiave il match battendo Shovkovskiy e portando i suoi sul 3-1, sempre più vicini al sogno chiamato Euro2008.
L’Ucraina, incurante della disastrosità della propria difesa, si getta in avanti alla ricerca di una chiva in grado di riaprire la partita, lasciando però ampi spazi al contropiede della Scozia.
Altri cambi: fuori Tymoschuk e dentro Shelayev; fuori Brown e dentro Maloney; fuori il man of the match McFadden e dentro O’Connor.
Seguono 10 minuti di velleitarie iniziative degli ex sovietici, poi, dopo 3 minuti di recupero, Fink fischia la fine. La Scozia è ad un passo da Euro2008, l’Ucraina è fuori dai giochi.
Antonio Giusto



Fonte: SportBeat

martedì 9 ottobre 2007

La prima doppelpack di Toni



E finalmente è arrivata! Di cosa sto parlando? Della prima doppietta di Luca Toni - per i bavaresi, ormai, Tori, sfruttando un gioco di parole con la parola “tor”, che significa “gol”, e il nome dell’attaccante di Pavullo -, ovvio. Per il fidanzato della splendida Marta Cecchetto, questi sono i primi 2 gol in una stessa partita, visto che i precedenti 6 erano arrivati senza accompagnatori, come invece avvenuto contro il Norimberga, quando Toni è stato bravo prima a sfruttare una disattenzione di Blazek su una punizione di Hamit Altintop, poi a insaccare in rete un corner di Zé Roberto, sbucando all’improvviso – “come un fantasma”, direbbe Gerd Müller, che ha paragonato Toni al sé stesso dei tempi d’oro - nell’area del Club, come viene soprannominato il Norimberga in Germania.

Luca Toni, emiliano di Pavullo del Frignano, in provincia di Modena, nasce il 26 maggio 1977. Mamma Valeria fa la bidella, papà Gianfranco l’imbianchino.
Il piccolo Luca inizia nel Serramazzoni, la squadra della sua città, ma si trasferisce poi al Modena, dove l’ex juventino Celsinho ha un’intuizione che farà la fortuna dello Sportivo dell’Anno 2006: Toni diventa attaccante, abbandonando il vecchio ruolo di centrocampista. Da attaccante compie la trafile delle giovanili dei canarini, con cui esordisce in C1 nel 94/95. Resta a Modena anche nella stagione successiva, segnando 5 gol e facendosi notare dall’Empoli, che lo acquista, salvo poi fargli giocare appena tre partite (condite comunque da un gol).
Toni torna quindi in C1, per rilanciarsi dopo la negativa esperienza in B. Con la Fiorenzuola, però, un’altra stagione negativa, chiusa con appena 2 reti all’attivo.
Si trasferisce allora alla Lodigiani, terza squadra di Roma. Con Guido Attardi (defunto il 5 settembre 2002), da lui stesso definito «il primo a credere realmente nelle mie qualità». Sotto la guida del tecnico aquilano Toni segna 15 gol, che gli valgono la chiama del Treviso, dove cambia la serie, ma non il risultato: il suo bottino a fine stagione parla di 15 gol, che gli fruttano la chiamata del Vicenza di Guidolin (con cui non avrà un rapporto felice), in serie A.
Il sogno di Luca si avvera il primo ottobre 2000: Milan – Vicenza 2-0. Quell’anno Toni segnerà 9 gol, inutili, però, per salvare il Vicenza, che retrocede.
Stagione 2001/02, settima squadra in sette anni per Toni: il Brescia. Con le rondinelle arrivano 13 reti al primo anno, tante per merito del Divin Codino. Toni si ferma a Brescia un’altra stagione, ma questo non gli porta bene: un grave infortunio al ginocchio ne ritarda l’esplosione, che avviene a Palermo, in B, nella stagione successiva.
Con i rosanero segna 30 gol in 43 partite, contribuendo alla promozione e stabilendo un record, il primo di una lunga serie. Nella stagione successiva si ferma a Palermo, con esiti contrari a quelli di Brescia: 20 gol, grande campionato preannunciato, in un certo senso, da Lippi, che lo chiama per Islanda – Italia e ne fa una delle pietre miliari della squadra che, nel luglio di due anni dopo, vincerà il mondiale.
A Palermo però Toni ha delle incomprensioni con il vulcanico Zamparini, che non si fa problemi a mandarlo via, in cambio di 10 milioni di euro, però.
La nuova destinazione di Toni e Furmini, come verrà soprannominato dai tifosi della Viola è, per l'appunto, Firenze. In viola Luca tocca picchi altissimi in classifica marcatori, arrivando a 31 gol, -2 dal record assoluto di Angelillo, evincendo la Scarpa d’Oro. Non è però questo il premio più importante vinto da Luca in quella stagione: a luglio arriverà anche la coppa del mondo, a cui lui contribuira in maniera decisiva, segnando anche 2 gol all’Ucraina nei quarti di finale.
A settembre, però, è tempo di rivestirsi di viola, che però porta sfortuna: qualche infortunio e “appena” (per lui) 16 reti. Al termine della stagione è tempo di lasciare Firenze, per onorare la tradizione che non lo vuole mai in una stessa squadra per più di due anni.
Ad accaparrarselo è il Bayern, che offre 11 milioni alla Fiorentina e un contratto principesco a lui, che accetta immediatamente. In Baviera, dove è orma diventato Luca Tori (della spiegazione leggete sopra), il centravanti di Pavullo del Frignano è a 8 reti in 8 partite, e assieme al trio dei sogni composto da Ribéry e Klose sta guidando il Bayern verso uno Schale, che sarebbe il primo per Luca Toni, che pare già sicuro.
Antonio Giusto



Fonte: SportBeat